La violenza collettiva su larga scala in molti casi si configura come una catastrofe sociale che coinvolge vittime, carnefici, spettatori, persone destinate a convivere sul medesimo territorio anche dopo la fine delle atrocità. Un problema che sorge urgente è quindi quello di riuscire a far vivere insieme gli offensori e gli offesi, chi ha commesso atrocità e chi le ha subite. Ma esiste veramente la possibilità di una riconciliazione tra vittime e carnefici? All'interno di questo scenario si collocano nuove pratiche emergenti che operano, tra gli innumerevoli vincoli sempre esistenti in tali frangenti, per contribuire, attraverso una "pubblica azione", alla ricostruzione di spazi per l'incontro e la parola. Una delle esperienze più significative è rappresentata dalle Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, organismi istituiti per svolgere indagini e predisporre un rapporto in merito a violenze e violazioni dei diritti umani perpetrati in un certo Paese. Direttamente o indirettamente, simili organismi assolvono, tra le altre cose, anche a funzioni psicologiche, coinvolgendo vittime e carnefici nei processi di guarigione e riconciliazione. Infatti, in molti casi il riconoscimento pubblico permette di ristabilire il legame interrotto tra vittime e comunità, incrinando la cultura del silenzio di cui spesso si nutre la violenza collettiva. La "sofferenza pre-verbale" (quella sofferenza priva di articolazione sociale perché imprigionata nei perimetri di una soggettività impotente) che attanaglia le vittime può essere alleviata anche attraverso la semplice descrizione degli eventi. Allora la riconciliazione è sicuramente un processo lungo, costoso, faticoso ma necessario e possibile.
Giustizia e pratiche di riconciliazione
ZAMPERINI, ADRIANO
2004
Abstract
La violenza collettiva su larga scala in molti casi si configura come una catastrofe sociale che coinvolge vittime, carnefici, spettatori, persone destinate a convivere sul medesimo territorio anche dopo la fine delle atrocità. Un problema che sorge urgente è quindi quello di riuscire a far vivere insieme gli offensori e gli offesi, chi ha commesso atrocità e chi le ha subite. Ma esiste veramente la possibilità di una riconciliazione tra vittime e carnefici? All'interno di questo scenario si collocano nuove pratiche emergenti che operano, tra gli innumerevoli vincoli sempre esistenti in tali frangenti, per contribuire, attraverso una "pubblica azione", alla ricostruzione di spazi per l'incontro e la parola. Una delle esperienze più significative è rappresentata dalle Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, organismi istituiti per svolgere indagini e predisporre un rapporto in merito a violenze e violazioni dei diritti umani perpetrati in un certo Paese. Direttamente o indirettamente, simili organismi assolvono, tra le altre cose, anche a funzioni psicologiche, coinvolgendo vittime e carnefici nei processi di guarigione e riconciliazione. Infatti, in molti casi il riconoscimento pubblico permette di ristabilire il legame interrotto tra vittime e comunità, incrinando la cultura del silenzio di cui spesso si nutre la violenza collettiva. La "sofferenza pre-verbale" (quella sofferenza priva di articolazione sociale perché imprigionata nei perimetri di una soggettività impotente) che attanaglia le vittime può essere alleviata anche attraverso la semplice descrizione degli eventi. Allora la riconciliazione è sicuramente un processo lungo, costoso, faticoso ma necessario e possibile.Pubblicazioni consigliate
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