La caratteristica principale di questo esordio di terzo millennio è la crescita esponenziale dei saperi scientifico-tecnologici che sembrano garantire all’uomo risposte sempre più adeguate ai due valori fondamentali su cui si istituisce il contratto sociale: l’allungamento dei tempi di vita e l’accrescimento della sua qualità. Al di sotto di tale sicurezza però cova una sostanziale incapacità di pensare la morte, che viene rappresentata come il negativo assoluto da cui difendersi. Apparentemente sembra che la cultura occidentale si muova assecondando la valorizzazione della vita e la negazione della sua fine. Eppure, accanto a frenetiche azioni di promozione della salute, si manifestano con sempre maggiore insistenza pratiche autolesionistiche fino al suicidio, spesso espressione dell’incapacità di gestire il dolore o la negazione del benessere desiderato. Questi due opposti non sono contrari ma piuttosto due facce della stessa medaglia: la fuga dal terrore di ciò che richiami la mortalità e il suo significato radicale. Le domande più importanti che vengono poste a coloro che esercitano la consulenza filosofica e agli psicologi in grado di accogliere tali questioni sono tutte collegate alla questione del perché vivere quando sia stata persa ogni ragione per farlo. Infatti è proprio in Occidente che il suicido non gode di alcuna significazione sociale e viene relegato nella sfera dell’incomprensibilità. Ma le culture mitologiche o protontologiche (non occidentali) non sono migliori, semplicemente esse non raggiungono questo problema nella sua abissalità. In tal senso il suicida in Occidente è colui che testimonia un valore specifico e inaudito della morte rispetto ad altre culture che hanno regolamentato il come darsi la morte per prevenirne la portata rivoluzionaria: la sua scelta è radicalmente razionale perché è la logica conseguenza di come la morte viene rappresentata. L’angoscia che sostanzia il pensare la morte è la ragione fondamentale per cui diventa preferibile morire piuttosto che vivere. Il pensiero occidentale non può però comprendere perché questo sia il proprio fondamento e perciò crea strategie di occultamento atte ad impedire che venga in evidenza che non è affatto chiaro perché sia preferibile vivere anziché morire. La possibilità di capire che si tratta di un errore radicale è data soltanto partendo dal discorso che mostra il nichilismo di qualsiasi pensiero del rimedio contro la morte: la filosofia di Emanuele Severino. Nell’orizzonte di questa filosofia dell’eternità si inscrive la possibilità per l’uomo di sapersi già da sempre salvo da qualsiasi morte o dannazione, dunque aperto in vita all’eventualità di non cadere nell’angoscia del credersi mortale e perciò capace di impostare una società non improntata sulla ricerca del rimedio quanto piuttosto alla possibilità di un discorso d’amore autentico, capace di diventare politico. Il libro si presenta dunque come il cammino di un Viandante che prende le mosse dalla propria angoscia, quale condizione fondamentale generata dalla consapevolezza di vivere sapendo di dover morire, per intraprendere un cammino attraverso i significati dell’esistenza fondati sull’umano credere di essere “mortale”, fino a raggiungere infine il luogo in cui le contraddizioni implicate da tale fede vengono risolte.

Autopsia filosofica. Il momento giusto per morire tra suicidio razionale ed eternità

TESTONI, INES
2007

Abstract

La caratteristica principale di questo esordio di terzo millennio è la crescita esponenziale dei saperi scientifico-tecnologici che sembrano garantire all’uomo risposte sempre più adeguate ai due valori fondamentali su cui si istituisce il contratto sociale: l’allungamento dei tempi di vita e l’accrescimento della sua qualità. Al di sotto di tale sicurezza però cova una sostanziale incapacità di pensare la morte, che viene rappresentata come il negativo assoluto da cui difendersi. Apparentemente sembra che la cultura occidentale si muova assecondando la valorizzazione della vita e la negazione della sua fine. Eppure, accanto a frenetiche azioni di promozione della salute, si manifestano con sempre maggiore insistenza pratiche autolesionistiche fino al suicidio, spesso espressione dell’incapacità di gestire il dolore o la negazione del benessere desiderato. Questi due opposti non sono contrari ma piuttosto due facce della stessa medaglia: la fuga dal terrore di ciò che richiami la mortalità e il suo significato radicale. Le domande più importanti che vengono poste a coloro che esercitano la consulenza filosofica e agli psicologi in grado di accogliere tali questioni sono tutte collegate alla questione del perché vivere quando sia stata persa ogni ragione per farlo. Infatti è proprio in Occidente che il suicido non gode di alcuna significazione sociale e viene relegato nella sfera dell’incomprensibilità. Ma le culture mitologiche o protontologiche (non occidentali) non sono migliori, semplicemente esse non raggiungono questo problema nella sua abissalità. In tal senso il suicida in Occidente è colui che testimonia un valore specifico e inaudito della morte rispetto ad altre culture che hanno regolamentato il come darsi la morte per prevenirne la portata rivoluzionaria: la sua scelta è radicalmente razionale perché è la logica conseguenza di come la morte viene rappresentata. L’angoscia che sostanzia il pensare la morte è la ragione fondamentale per cui diventa preferibile morire piuttosto che vivere. Il pensiero occidentale non può però comprendere perché questo sia il proprio fondamento e perciò crea strategie di occultamento atte ad impedire che venga in evidenza che non è affatto chiaro perché sia preferibile vivere anziché morire. La possibilità di capire che si tratta di un errore radicale è data soltanto partendo dal discorso che mostra il nichilismo di qualsiasi pensiero del rimedio contro la morte: la filosofia di Emanuele Severino. Nell’orizzonte di questa filosofia dell’eternità si inscrive la possibilità per l’uomo di sapersi già da sempre salvo da qualsiasi morte o dannazione, dunque aperto in vita all’eventualità di non cadere nell’angoscia del credersi mortale e perciò capace di impostare una società non improntata sulla ricerca del rimedio quanto piuttosto alla possibilità di un discorso d’amore autentico, capace di diventare politico. Il libro si presenta dunque come il cammino di un Viandante che prende le mosse dalla propria angoscia, quale condizione fondamentale generata dalla consapevolezza di vivere sapendo di dover morire, per intraprendere un cammino attraverso i significati dell’esistenza fondati sull’umano credere di essere “mortale”, fino a raggiungere infine il luogo in cui le contraddizioni implicate da tale fede vengono risolte.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11577/1558758
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