Come ci approssimiamo ai territori e agli attori delle nostre ricerche? In che misura la prossimità geografica temporanea, creata dall’essere sul campo, facilita l’attivazione di altre prossimità – istituzionale, sociale, cognitiva e organizzativa (Boshma, 2005) – e la costruzione della conoscenza? Come le altre prossimità vincolano e/o influenzano l’approssimarsi al terreno e agli attori oggetto di indagine? Con quali effetti e quali implicazioni? A partire dalle esperienze di lavoro di campo vissute - nelle terre irrigue dell’Africa saheliano-sudanese e nei territori della delocalizzazione delle imprese venete -, si vogliono sondare le prossimità che, attraverso l’attività di campo, si creano tra ricercatori e territori-attori di studio per comprenderne le implicazioni e le ricadute nel processo di costruzione della conoscenza. La prossimità (declinata nelle sue diverse accezioni), infatti, è un fattore che può favorire od ostacolare l’apprendimento, la creazione di nuove conoscenze e l’innovazione (Boshma, 2005; Torre e Rallet, 2014). È “un concetto relativo che dipende da chi guarda, dall’oggetto osservato e dal contesto geografico in cui avviene l’osservazione” (Vieillard-Baron, 2005). Ci introduce in una prospettiva relazionale in quanto l’approssimarsi, l’avvicinarsi al terreno di ricerca, acquisiscono senso e significato a partire dalla soggettività del ricercatore e dal suo modo di porsi nel e con il proprio terreno e anche da come “il terreno” risponde, reagisce alle sollecitazioni ricevute. L’approssimar-e/-si e all’opposto il metter-e/-si a distanza non sono, infatti, un’operazione unilaterale né tantomeno neutrale: comportano la ridefinizione delle relazioni, delle posizioni reciproche; sono, di fatto, lo specchio delle relazioni di potere in gioco. L’approssimarsi fa riferimento a situazioni contingenti, a geografie in movimento, interlocali che attraverso lo spostamento del ricercatore tra il suo territorio di partenza e il territorio oggetto della ricerca (territorio d’arrivo) mettono in connessione diversi luoghi contemporaneamente. Le riflessioni sulla prossimità geografica nel suo intreccio con le altre prossimità ci sembrano strumenti utili a problematizzare gli “spostamenti” (Katz, 1994) di “avvicinamento al” e di “distanziamento dal” terreno, che i geografi praticano nello svolgimento del lavoro di campo, e il ruolo del terreno, inteso come the ‘where of method’, cui è riconosciuta una sempre maggiore importanza nell’influenzare la natura delle conoscenze accessibili al ricercatore (dai primi lavori di Haraway, 1988; Massey, 1993; Rose, 1997, ai più recenti di Sin, 2003; Anderson et al., 2010).

Alla prova del terreno: metariflessioni sulla prossimità

QUATRIDA, DARIA
2014

Abstract

Come ci approssimiamo ai territori e agli attori delle nostre ricerche? In che misura la prossimità geografica temporanea, creata dall’essere sul campo, facilita l’attivazione di altre prossimità – istituzionale, sociale, cognitiva e organizzativa (Boshma, 2005) – e la costruzione della conoscenza? Come le altre prossimità vincolano e/o influenzano l’approssimarsi al terreno e agli attori oggetto di indagine? Con quali effetti e quali implicazioni? A partire dalle esperienze di lavoro di campo vissute - nelle terre irrigue dell’Africa saheliano-sudanese e nei territori della delocalizzazione delle imprese venete -, si vogliono sondare le prossimità che, attraverso l’attività di campo, si creano tra ricercatori e territori-attori di studio per comprenderne le implicazioni e le ricadute nel processo di costruzione della conoscenza. La prossimità (declinata nelle sue diverse accezioni), infatti, è un fattore che può favorire od ostacolare l’apprendimento, la creazione di nuove conoscenze e l’innovazione (Boshma, 2005; Torre e Rallet, 2014). È “un concetto relativo che dipende da chi guarda, dall’oggetto osservato e dal contesto geografico in cui avviene l’osservazione” (Vieillard-Baron, 2005). Ci introduce in una prospettiva relazionale in quanto l’approssimarsi, l’avvicinarsi al terreno di ricerca, acquisiscono senso e significato a partire dalla soggettività del ricercatore e dal suo modo di porsi nel e con il proprio terreno e anche da come “il terreno” risponde, reagisce alle sollecitazioni ricevute. L’approssimar-e/-si e all’opposto il metter-e/-si a distanza non sono, infatti, un’operazione unilaterale né tantomeno neutrale: comportano la ridefinizione delle relazioni, delle posizioni reciproche; sono, di fatto, lo specchio delle relazioni di potere in gioco. L’approssimarsi fa riferimento a situazioni contingenti, a geografie in movimento, interlocali che attraverso lo spostamento del ricercatore tra il suo territorio di partenza e il territorio oggetto della ricerca (territorio d’arrivo) mettono in connessione diversi luoghi contemporaneamente. Le riflessioni sulla prossimità geografica nel suo intreccio con le altre prossimità ci sembrano strumenti utili a problematizzare gli “spostamenti” (Katz, 1994) di “avvicinamento al” e di “distanziamento dal” terreno, che i geografi praticano nello svolgimento del lavoro di campo, e il ruolo del terreno, inteso come the ‘where of method’, cui è riconosciuta una sempre maggiore importanza nell’influenzare la natura delle conoscenze accessibili al ricercatore (dai primi lavori di Haraway, 1988; Massey, 1993; Rose, 1997, ai più recenti di Sin, 2003; Anderson et al., 2010).
Geografie di prossimità. Prove sul terreno
9788820443375
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