Il saggio ricostruisce l’atteggiamento “resistente” che tenne larga parte della magistratura ordinaria rispetto alla richiesta governativa di prestare un solenne giuramento di fedeltà alla cosiddetta «Repubblica Sociale Italiana»; la scelta di approfondire la tematica in questione è stata originata dalla constatazione che la stessa era stata sì affrontata negli scritti di taluni testimoni dell’epoca e di qualche studioso, ma quasi sempre en passant: vale a dire, senza offrire un’adeguata completezza d’indagine sull’argomento, che l’Autore ha viceversa cercato di realizzare – anche mediante la diretta consultazione di documenti conservati presso l’Archivio di Stato – al fine di colmare una lacuna esistente in materia. Il netto rifiuto a giurare fedeltà alla R.S.I. che in quel preciso frangente storico numerosi magistrati seppero opporre alle competenti autorità governative rappresenta a buon diritto una delle molteplici dimostrazioni (non solo della forza morale, ma anche) della coraggiosa indipendenza con cui anch’essi hanno offerto il proprio contributo alla Resistenza: pur operando, si badi, in un contesto ordinamentale che all’epoca non offriva loro adeguate guarentigie sotto il profilo istituzionale e funzionale, dato che erano sostanzialmente dipendenti dal potere esecutivo. Nella parte finale – anche sulla scorta di quanto chiaramente emerge dai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente – il contributo sottolinea l’importanza di non scordare l’origine storica dei principi e dei precetti costituzionali concernenti l’ordinamento giudiziario della Repubblica italiana: la cui conoscenza sarebbe anzi auspicabile anche da parte degli stessi magistrati, affinché possano quotidianamente esercitare la loro professione pure nel rispetto del nobile «spirito» che li ha generati oltre che dell’etica che dovrebbe essere propria dell’alta funzione che sono chiamati ad esercitare.

La 'resistenza' della (e nella) magistratura ordinaria all'imposizione di giurare fedeltà alla Repubblica Sociale Italiana

SANDRO DE NARDI
2016

Abstract

Il saggio ricostruisce l’atteggiamento “resistente” che tenne larga parte della magistratura ordinaria rispetto alla richiesta governativa di prestare un solenne giuramento di fedeltà alla cosiddetta «Repubblica Sociale Italiana»; la scelta di approfondire la tematica in questione è stata originata dalla constatazione che la stessa era stata sì affrontata negli scritti di taluni testimoni dell’epoca e di qualche studioso, ma quasi sempre en passant: vale a dire, senza offrire un’adeguata completezza d’indagine sull’argomento, che l’Autore ha viceversa cercato di realizzare – anche mediante la diretta consultazione di documenti conservati presso l’Archivio di Stato – al fine di colmare una lacuna esistente in materia. Il netto rifiuto a giurare fedeltà alla R.S.I. che in quel preciso frangente storico numerosi magistrati seppero opporre alle competenti autorità governative rappresenta a buon diritto una delle molteplici dimostrazioni (non solo della forza morale, ma anche) della coraggiosa indipendenza con cui anch’essi hanno offerto il proprio contributo alla Resistenza: pur operando, si badi, in un contesto ordinamentale che all’epoca non offriva loro adeguate guarentigie sotto il profilo istituzionale e funzionale, dato che erano sostanzialmente dipendenti dal potere esecutivo. Nella parte finale – anche sulla scorta di quanto chiaramente emerge dai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente – il contributo sottolinea l’importanza di non scordare l’origine storica dei principi e dei precetti costituzionali concernenti l’ordinamento giudiziario della Repubblica italiana: la cui conoscenza sarebbe anzi auspicabile anche da parte degli stessi magistrati, affinché possano quotidianamente esercitare la loro professione pure nel rispetto del nobile «spirito» che li ha generati oltre che dell’etica che dovrebbe essere propria dell’alta funzione che sono chiamati ad esercitare.
Resistenza e diritto pubblico
978-88-6453-308-7
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