Il ruolo della psicologia e degli psicologi è un elemento importante nell’evoluzione culturale e sociale del nostro paese e, più in generale, del mondo occidentale. A tale riguardo basti pensare ai dati economici e di diffusione relativi alla professione, in costante crescita, facilmente reperibili sui siti degli ordini e delle società professionali nazionali e internazionali e delle casse di previdenza, per constatare che non è soltanto il bisogno di psicologia ad aumentare, ma anche la consapevolezza che la vita e la società contemporanea hanno raggiunto un livello di complessità tale da rendere spesso necessari interventi di alta professionalità. Ciò potrà permettere alle persone di superare i momenti di difficoltà, il disagio e la patologia, le problematiche relazionali e anche di potersi migliorare efficacemente in un contesto ricco di stimoli, possibilità di formazione e competitività sociale e lavorativa. Tuttavia, ancora oggi, l’intervento dello psicologo viene talvolta ricondotto, non soltanto da potenziali pazienti/utenti più o meno consapevoli della complessità della professione psicologica ma anche da alcuni psicologi, ad un’azione terapeutica esclusivamente centrata su una specifica situazione patologica o di disagio. Ma lo studio della persona nella sua dimensione individuale e sociale e l’intervento professionale propriamente efficace richiedono di più di una parcellizzazione estrema che permetta di individuare uno o due micro-aspetti dell’esistenza su cui agire “chirurgicamente” per apportare un beneficio. È infatti fondamentale considerare la persona nella sua completezza, nella ricchezza della sua esperienza di vita e nella complessità delle sue identità. Anche gli interventi per la salute, in diversi ambiti e con diversi destinatari, non possono limitarsi a una visione settoriale e limitata, ma devono agire anche sull’ambiente, sulle relazioni, sulla prevenzione e sul supporto del singolo e del gruppo (Rutelli, 2008). In questa prospettiva si colloca la professionalità dello psicologo contemporaneo, che deve avere gli strumenti culturali e scientifici per intervenire spaziando tra concetti vasti e profondi quali l’identità ed elementi più limitati e concreti quali specifiche categorie diagnostiche o modelli d’intervento. Il possesso di una tale consapevolezza e vastità di strumenti è ciò che può permettergli di essere efficace e “fare la differenza” tanto nei contesti quotidiani quanto in quelli più complessi e a rischio (De Carlo, Dal Corso, Di Sipio, Scarcella, & Sorvillo, 2016). Se gli psicologi non saranno in grado di spingersi oltre micro-interventi specifici o altamente specialistici e di assumere il ruolo di professionisti della persona “a tutto tondo”, la prima “identità interrotta” sarà la loro. E questa è una sfida che l’intera comunità professionale, a partire dalla sua rappresentanza, non può non raccogliere: dalla percezione del proprio potenziale, infatti, deriverà il ruolo che gli psicologi ricopriranno nei prossimi anni, la possibilità di incidere profondamente e positivamente sulla salute di individui e gruppi, la percezione che la categoria avrà di sé. Il lavoro dello psicologo prevede l’interazione con l’altro, singolo o gruppo, con una propria identità e con le proprie traiettorie di vita ed evoluzione. E qui le possibilità di interruzione, di frammentazione, di frantumazione dell’identità sono molteplici. Le situazioni presentate rappresentano solo una parte di quelle in cui l’identità è messa in discussione, in cui tutto può sembrare interrotto: casi di lutto perinatale, suicidi legati alla condizione lavorativa, dolore e malattia oncologica, tossicodipendenze, episodi di ritiro dalla socializzazione. Tutte queste condizioni non possono essere oggetto di intervento esclusivamente centrato sul presente, sulla condizione dolorosa e contestuale. Le persone in queste situazioni hanno un passato alle spalle, alcune anche un lungo futuro di fronte, una dimensione individuale e una sociale, valori e credenze, tradizioni e speranze (Sedikies & Brewer, 2001). La psicologia può e deve considerare l’individuo come un sistema complesso, valorizzandone gli elementi di resilienza, di capacità di ricostituire elementi bloccati, interrotti, anche di fronte a eventi che mettono a durissima prova le possibilità dell’essere umano di sopravvivere, tanto psicologicamente quanto biologicamente, come nel caso delle esperienze di malattia oncologica (Dal Corso, De Carlo, Sandler, Di Sipio, & Armezzani, 2010). Non si tratta di un’attività semplice, ma di una definitiva presa di coscienza da parte di un’intera comunità professionale di un ruolo più ampio e di una possibilità di intervento più profondo sui singoli e sulla società, di una scelta che può e deve essere compiuta oggi sulla base di una forte convinzione etica, morale e professionale del proprio ruolo.
Identità interrotte
Dal Corso L.
2017
Abstract
Il ruolo della psicologia e degli psicologi è un elemento importante nell’evoluzione culturale e sociale del nostro paese e, più in generale, del mondo occidentale. A tale riguardo basti pensare ai dati economici e di diffusione relativi alla professione, in costante crescita, facilmente reperibili sui siti degli ordini e delle società professionali nazionali e internazionali e delle casse di previdenza, per constatare che non è soltanto il bisogno di psicologia ad aumentare, ma anche la consapevolezza che la vita e la società contemporanea hanno raggiunto un livello di complessità tale da rendere spesso necessari interventi di alta professionalità. Ciò potrà permettere alle persone di superare i momenti di difficoltà, il disagio e la patologia, le problematiche relazionali e anche di potersi migliorare efficacemente in un contesto ricco di stimoli, possibilità di formazione e competitività sociale e lavorativa. Tuttavia, ancora oggi, l’intervento dello psicologo viene talvolta ricondotto, non soltanto da potenziali pazienti/utenti più o meno consapevoli della complessità della professione psicologica ma anche da alcuni psicologi, ad un’azione terapeutica esclusivamente centrata su una specifica situazione patologica o di disagio. Ma lo studio della persona nella sua dimensione individuale e sociale e l’intervento professionale propriamente efficace richiedono di più di una parcellizzazione estrema che permetta di individuare uno o due micro-aspetti dell’esistenza su cui agire “chirurgicamente” per apportare un beneficio. È infatti fondamentale considerare la persona nella sua completezza, nella ricchezza della sua esperienza di vita e nella complessità delle sue identità. Anche gli interventi per la salute, in diversi ambiti e con diversi destinatari, non possono limitarsi a una visione settoriale e limitata, ma devono agire anche sull’ambiente, sulle relazioni, sulla prevenzione e sul supporto del singolo e del gruppo (Rutelli, 2008). In questa prospettiva si colloca la professionalità dello psicologo contemporaneo, che deve avere gli strumenti culturali e scientifici per intervenire spaziando tra concetti vasti e profondi quali l’identità ed elementi più limitati e concreti quali specifiche categorie diagnostiche o modelli d’intervento. Il possesso di una tale consapevolezza e vastità di strumenti è ciò che può permettergli di essere efficace e “fare la differenza” tanto nei contesti quotidiani quanto in quelli più complessi e a rischio (De Carlo, Dal Corso, Di Sipio, Scarcella, & Sorvillo, 2016). Se gli psicologi non saranno in grado di spingersi oltre micro-interventi specifici o altamente specialistici e di assumere il ruolo di professionisti della persona “a tutto tondo”, la prima “identità interrotta” sarà la loro. E questa è una sfida che l’intera comunità professionale, a partire dalla sua rappresentanza, non può non raccogliere: dalla percezione del proprio potenziale, infatti, deriverà il ruolo che gli psicologi ricopriranno nei prossimi anni, la possibilità di incidere profondamente e positivamente sulla salute di individui e gruppi, la percezione che la categoria avrà di sé. Il lavoro dello psicologo prevede l’interazione con l’altro, singolo o gruppo, con una propria identità e con le proprie traiettorie di vita ed evoluzione. E qui le possibilità di interruzione, di frammentazione, di frantumazione dell’identità sono molteplici. Le situazioni presentate rappresentano solo una parte di quelle in cui l’identità è messa in discussione, in cui tutto può sembrare interrotto: casi di lutto perinatale, suicidi legati alla condizione lavorativa, dolore e malattia oncologica, tossicodipendenze, episodi di ritiro dalla socializzazione. Tutte queste condizioni non possono essere oggetto di intervento esclusivamente centrato sul presente, sulla condizione dolorosa e contestuale. Le persone in queste situazioni hanno un passato alle spalle, alcune anche un lungo futuro di fronte, una dimensione individuale e una sociale, valori e credenze, tradizioni e speranze (Sedikies & Brewer, 2001). La psicologia può e deve considerare l’individuo come un sistema complesso, valorizzandone gli elementi di resilienza, di capacità di ricostituire elementi bloccati, interrotti, anche di fronte a eventi che mettono a durissima prova le possibilità dell’essere umano di sopravvivere, tanto psicologicamente quanto biologicamente, come nel caso delle esperienze di malattia oncologica (Dal Corso, De Carlo, Sandler, Di Sipio, & Armezzani, 2010). Non si tratta di un’attività semplice, ma di una definitiva presa di coscienza da parte di un’intera comunità professionale di un ruolo più ampio e di una possibilità di intervento più profondo sui singoli e sulla società, di una scelta che può e deve essere compiuta oggi sulla base di una forte convinzione etica, morale e professionale del proprio ruolo.Pubblicazioni consigliate
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