Nell’ultimo trentennio, il Mediterraneo è divenuto la tomba di migliaia di migranti. All’interno del discorso pubblico e dell’arena istituzionale, il fenomeno è affrontato in un dibattito politico estremamente polarizzato, che scoraggia un’elaborazione sociale del portato traumatico. I naufragi, affidati all’archiviazione numerica della statistica, sono resi culturalmente inoffensivi perché non storicizzati. Dunque, vengono interpretati come repliche secondo il copione di un dramma e di una tragedia estemporanee perché svuotate da una connotazione affettiva. Le enunciazioni della memoria pedagogica, “per non dimenticare” o “mai più”, quando ritualizzate, inibiscono un agire sistematico nello spazio pubblico, che può tuttavia essere riscattato dalla società civile. Quest’ultima prova a colmare il vuoto di una deriva istituzionale e a costituire spazi di senso inediti dando vita a pratiche socio-culturali di ri-significazione che ambiscano a rovesciare le ingiustizie realizzate attraverso le frontiere. L’obiettivo della presentazione è analizzare, mediante una prospettiva psicosociale storicamente e culturalmente situata, tre diverse esperienze di memorializzazione accomunate dal tentativo di sollevare le morti Mediterranee dalle diverse forme di oblio e neutralizzazione pubbliche. Utilizzando come materiale empirico “Quel Mattino a Lampedusa”, lettura scenica realizzata da Antonio Umberto Riccò; “#387”, video documentario di Madeleine Leroyer; “Disegni dalla Frontiera”, raccolta di disegni di Francesco Piobbichi, ed estratti dalle interviste con gli autori e l’autrice, la ricerca adotta una metodologia qualitativa narrativa e documentale per approfondire le forme culturali e le esperienze soggettive assunte dalla memorializzazione. I risultati mostrano che tali esperienze realizzano una socializzazione della memoria e una riconversione collettiva di ricordi individuali che assolvono funzioni culturali e politiche, altrimenti istituzionalmente anestetizzate, al contempo di: a) sottrazione delle morti del Mediterraneo dall’interdizione storica della categorie di fatalità; b) materializzazione pratica dell’istanza umana di “dignità” e della categoria giuridica di “diritto umano”; c) resistenza politico-sociale attraverso la persistenza di un’etica della solidarietà fondata sull’ascolto e sull’engagement personale.

Al di là della pedagogia del ricordo: la memoria come incisione civico-sociale nel caso delle morti migratorie nel mediterraneo

ciro de vincenzo
;
ines testoni;simone barbagallo;adriano zamperini
2021

Abstract

Nell’ultimo trentennio, il Mediterraneo è divenuto la tomba di migliaia di migranti. All’interno del discorso pubblico e dell’arena istituzionale, il fenomeno è affrontato in un dibattito politico estremamente polarizzato, che scoraggia un’elaborazione sociale del portato traumatico. I naufragi, affidati all’archiviazione numerica della statistica, sono resi culturalmente inoffensivi perché non storicizzati. Dunque, vengono interpretati come repliche secondo il copione di un dramma e di una tragedia estemporanee perché svuotate da una connotazione affettiva. Le enunciazioni della memoria pedagogica, “per non dimenticare” o “mai più”, quando ritualizzate, inibiscono un agire sistematico nello spazio pubblico, che può tuttavia essere riscattato dalla società civile. Quest’ultima prova a colmare il vuoto di una deriva istituzionale e a costituire spazi di senso inediti dando vita a pratiche socio-culturali di ri-significazione che ambiscano a rovesciare le ingiustizie realizzate attraverso le frontiere. L’obiettivo della presentazione è analizzare, mediante una prospettiva psicosociale storicamente e culturalmente situata, tre diverse esperienze di memorializzazione accomunate dal tentativo di sollevare le morti Mediterranee dalle diverse forme di oblio e neutralizzazione pubbliche. Utilizzando come materiale empirico “Quel Mattino a Lampedusa”, lettura scenica realizzata da Antonio Umberto Riccò; “#387”, video documentario di Madeleine Leroyer; “Disegni dalla Frontiera”, raccolta di disegni di Francesco Piobbichi, ed estratti dalle interviste con gli autori e l’autrice, la ricerca adotta una metodologia qualitativa narrativa e documentale per approfondire le forme culturali e le esperienze soggettive assunte dalla memorializzazione. I risultati mostrano che tali esperienze realizzano una socializzazione della memoria e una riconversione collettiva di ricordi individuali che assolvono funzioni culturali e politiche, altrimenti istituzionalmente anestetizzate, al contempo di: a) sottrazione delle morti del Mediterraneo dall’interdizione storica della categorie di fatalità; b) materializzazione pratica dell’istanza umana di “dignità” e della categoria giuridica di “diritto umano”; c) resistenza politico-sociale attraverso la persistenza di un’etica della solidarietà fondata sull’ascolto e sull’engagement personale.
XVI CONGRESSO NAZIONALE DELLA SEZIONE DI PSICOLOGIA SOCIALE DELL’AIP
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