La conformazione della laguna di Venezia permise a molti Ordini religiosi di sfruttare le isole per poter rispettare il proposito di vivere separati dal mondo, restando al contempo in prossimità di un grande centro urbano. Il monastero delle suore Minori di Santa Maria Mater Christi, poi Santa Chiara, sorto quasi contemporaneamente al vicino insediamento maschile di Santa Maria Gloriosa dei Frari alla metà del quarto decennio del Duecento, ne costituisce un esempio. Le religiose infatti collocarono la propria sede su un’isola delimitata da alte recinzioni murarie e posta nel tratto terminale del Canal Grande, dunque a ridosso della città a cui era collegata da un ponticello. Pur essendo isolata, la comunità religiosa, che viveva inoltre in uno stretto regime di clausura, seppe instaurare un profondo legame con la città di Venezia e i suoi abitanti al pari di quella maschile. Il presente contributo propone una riflessione sugli spazi monastici femminili vincolati dai limiti imposti dalla clausura, focalizzando in particolare gli ambienti dello spazio ecclesiale e monastico che consentivano alle suore di mantenere un contatto con il mondo esterno. Questi ambienti, come ad esempio il coro delle monache o il parlatorio, erano dotati di grate ferree che permettevano la continuità degli scambi relazionali tra le religiose e il laicato. Attraverso le grate, le monache potevano ad esempio presenziare alla stesura di atti notarili riguardanti il monastero, e viceversa, i laici potevano partecipare alle liturgie che avevano luogo negli spazi di clausura, come nel caso dei cerimoniali di vestizione. L’intervento metterà in luce anche altri aspetti, desunti dalla documentazione d’archivio, a testimonianza dell’intenso rapporto tra le monache e la società veneziana medievale. I testamenti del XIV secolo in particolare dimostrano come le suore, ricordate nelle ultime volontà di familiari e amici che destinarono loro dei lasciti, mantennero i legami con il laicato a prescindere dalla propria condizione di vita religiosa; ancora, la presenza di determinate monache indusse talvolta i testatori a prediligere Santa Chiara quale luogo per la propria sepoltura. Sebbene le suore Minori provenissero in buona parte dal patriziato veneziano, i documenti lasciano emergere come il sentimento di attaccamento nei confronti dell’insediamento religioso vide coinvolte diverse classi sociali, sia dal punto di vista amministrativo-gestionale, con le figure dei procuratori del monastero, sia dal punto di vista devozionale, con la presenza di una confraternita devozionale laicale legata alla chiesa di Santa Chiara.

«Ad fenestram ferratam». Le suore Minori di Santa Chiara tra spazi religiosi femminili e rapporti con il laicato nella città di Venezia

Elena Khalaf
In corso di stampa

Abstract

La conformazione della laguna di Venezia permise a molti Ordini religiosi di sfruttare le isole per poter rispettare il proposito di vivere separati dal mondo, restando al contempo in prossimità di un grande centro urbano. Il monastero delle suore Minori di Santa Maria Mater Christi, poi Santa Chiara, sorto quasi contemporaneamente al vicino insediamento maschile di Santa Maria Gloriosa dei Frari alla metà del quarto decennio del Duecento, ne costituisce un esempio. Le religiose infatti collocarono la propria sede su un’isola delimitata da alte recinzioni murarie e posta nel tratto terminale del Canal Grande, dunque a ridosso della città a cui era collegata da un ponticello. Pur essendo isolata, la comunità religiosa, che viveva inoltre in uno stretto regime di clausura, seppe instaurare un profondo legame con la città di Venezia e i suoi abitanti al pari di quella maschile. Il presente contributo propone una riflessione sugli spazi monastici femminili vincolati dai limiti imposti dalla clausura, focalizzando in particolare gli ambienti dello spazio ecclesiale e monastico che consentivano alle suore di mantenere un contatto con il mondo esterno. Questi ambienti, come ad esempio il coro delle monache o il parlatorio, erano dotati di grate ferree che permettevano la continuità degli scambi relazionali tra le religiose e il laicato. Attraverso le grate, le monache potevano ad esempio presenziare alla stesura di atti notarili riguardanti il monastero, e viceversa, i laici potevano partecipare alle liturgie che avevano luogo negli spazi di clausura, come nel caso dei cerimoniali di vestizione. L’intervento metterà in luce anche altri aspetti, desunti dalla documentazione d’archivio, a testimonianza dell’intenso rapporto tra le monache e la società veneziana medievale. I testamenti del XIV secolo in particolare dimostrano come le suore, ricordate nelle ultime volontà di familiari e amici che destinarono loro dei lasciti, mantennero i legami con il laicato a prescindere dalla propria condizione di vita religiosa; ancora, la presenza di determinate monache indusse talvolta i testatori a prediligere Santa Chiara quale luogo per la propria sepoltura. Sebbene le suore Minori provenissero in buona parte dal patriziato veneziano, i documenti lasciano emergere come il sentimento di attaccamento nei confronti dell’insediamento religioso vide coinvolte diverse classi sociali, sia dal punto di vista amministrativo-gestionale, con le figure dei procuratori del monastero, sia dal punto di vista devozionale, con la presenza di una confraternita devozionale laicale legata alla chiesa di Santa Chiara.
In corso di stampa
La città crocevia. Relazioni e scambi, intersezioni e incroci nelle realtà urbane
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