Nell’attuale dibattito sull’educazione linguistica, la “questione della grammatica” sembra aver perso quotazione. Ciò potrebbe indurre all’ottimismo, ossia a pensare che sull’argomento si sia finalmente pervenuti a un’identità di vedute. In realtà la situazione è ben altra. A tutt’oggi, l’unico nodo intorno al quale si registra un accordo pressoché unanime è costituito dalla critica all’insegnamento grammaticale tradizionale per la sua inadeguatezza scientifico-esplicativa o tecnico-didattica. Nel saggio si sottolinea come l’attenzione vada, invece, spostata sul fine che tale insegnamento persegue, consistente non tanto o, meglio, non solo nel far acquisire un determinato apparato categoriale e terminologico, quanto nello stimolare la presa di coscienza critica della realtà linguistica circostante. Ciò richiede che la lingua venga presentata per quello che realmente è, vale a dire uno strumento di organizzazione, comprensione e comunicazione dell’esperienza, determinato storicamente, socialmente e culturalmente; dunque uno strumento le cui norme, lungi dall’essere degli imperativi statici e universalmente validi, mutano in rapporto al tempo, allo spazio, alla classe sociale di appartenenza, all’argomento di cui si parla e così via. Questo obiettivo difficilmente è perseguibile facendo riferimento a un solo modello descrittivo. S’impone quindi la necessità di assumere un atteggiamento eclettico, ovvero di rendersi disponibili ad attingere nozioni e concetti dai diversi modelli teorici. In altre parole, si tratta di elaborare una “grammatica pedagogica”, cioè di progettare un intervento grammaticale che tenga conto dei bisogni degli allievi, offrendo loro delle spiegazioni che siano effettivamente ed efficacemente utilizzabili nel concreto della pratica linguistica.

Per una ridefinizione della grammatica scolastica

GASPERI, EMMA
1996

Abstract

Nell’attuale dibattito sull’educazione linguistica, la “questione della grammatica” sembra aver perso quotazione. Ciò potrebbe indurre all’ottimismo, ossia a pensare che sull’argomento si sia finalmente pervenuti a un’identità di vedute. In realtà la situazione è ben altra. A tutt’oggi, l’unico nodo intorno al quale si registra un accordo pressoché unanime è costituito dalla critica all’insegnamento grammaticale tradizionale per la sua inadeguatezza scientifico-esplicativa o tecnico-didattica. Nel saggio si sottolinea come l’attenzione vada, invece, spostata sul fine che tale insegnamento persegue, consistente non tanto o, meglio, non solo nel far acquisire un determinato apparato categoriale e terminologico, quanto nello stimolare la presa di coscienza critica della realtà linguistica circostante. Ciò richiede che la lingua venga presentata per quello che realmente è, vale a dire uno strumento di organizzazione, comprensione e comunicazione dell’esperienza, determinato storicamente, socialmente e culturalmente; dunque uno strumento le cui norme, lungi dall’essere degli imperativi statici e universalmente validi, mutano in rapporto al tempo, allo spazio, alla classe sociale di appartenenza, all’argomento di cui si parla e così via. Questo obiettivo difficilmente è perseguibile facendo riferimento a un solo modello descrittivo. S’impone quindi la necessità di assumere un atteggiamento eclettico, ovvero di rendersi disponibili ad attingere nozioni e concetti dai diversi modelli teorici. In altre parole, si tratta di elaborare una “grammatica pedagogica”, cioè di progettare un intervento grammaticale che tenga conto dei bisogni degli allievi, offrendo loro delle spiegazioni che siano effettivamente ed efficacemente utilizzabili nel concreto della pratica linguistica.
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