Da quando le nuvole hanno iniziato a determinare l’atmosfera del presente? Da quando le nuvole hanno iniziato a incarnare l’immagine del contemporaneo? New Dark Age (2018) e Bad New Days (2019) sono due studi pubblicati da Hal Foster, storico dell’arte, e da James Bridle, artista visivo. Sin dal titolo, manifestano i sintomi di un’epoca in cui a dominare sono non solo l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e i sistemi di controllo, ma anche un sentimento di incertezza e di una mancanza di prospettiva futura. Per i due autori, le grandi innovazioni tecnologiche, gli sviluppi nell’ambito informatico-scientifico e i progressi negli studi biomedici non sono sufficienti a creare una visione empatica con il domani e sembrano anzi rafforzare sentimenti di apprensione e inquietudine in merito a quanto accadrà. Partendo dal concetto di cloud e dalla possibilità di archiviare in uno spazio apparentemente astratto quantità pressoché infinite di dati, Bridle mette in luce il lato più nebuloso (e insostenibile) del presente: «The cloud is not weightless […], is not some magical faraway place, made of water vapour and radio waves, where everything just works. It is a physical infrastructure consisting of phone lines, fiber optics, satellites, cables on the ocean floor, and vast warehouses filled with computers, which consume huge amounts of water and energy» (Bride, 2019, 7). Il cloud diviene allora una nube che rivela prima di tutto ripercussioni sull’ambiente, ma anche sulle relazioni umane, sulle dinamiche economiche. Una nube di cui le immagini del cinema sembrano divenire una ideale cartina di tornasole al fine di comprendere i fenomeni in atto e provare a formulare possibili soluzioni. Come accade nel romanzo Cloud Atlas (L’atlante delle nuvole, 2004) di David Mitchell (da cui l’omonimo film del 2012, per la regia delle sorelle Wachowski e di Tom Tykwer), il rapporto tra essere umano e reale è dettato dal reiterarsi di percorsi, possibilità, errori, in uno spazio in cui le azioni di ogni individuo sono destinate a generare effetti sulle vite degli altri. Nel saggio Theorie du nuage (Teoria della nuvola, 1972), Hubert Damisch cercava nelle nubi una forma di rivelazione, di scoperta. Le immagini del cinema contemporaneo creano invece, a partire dal richiamo alle nubi, la testimonianza di un reale sempre più incerto, fatto di inquieti bagliori, ombre improvvise, processi di erosione e frammentazione del presente. Una visione che emerge in un film come Turist (Forza maggiore, 2014) di Ruben Östlund, in cui le nuvole di ghiaccio di una piccola valanga mettono in luce le debolezze dell’essere umano. Ma emerge anche per mezzo delle nuvole presenti nel film documentario Anthropocene - The Human Epoch (Antropocene - L'epoca umana, 2019) di Jennifer Baichwal, Nicolas de Pencier e Edward Burtynsky: brume che lasciano scorgere i segni dell’opera umana e le sue conseguenze più immediate e dolenti per le sorti del nostro pianeta. Nuvole sono infine quelle prodotte dalle esplosioni nucleari, nel recente Oppenheimer (Id., 2023) di Christopher Nolan: nebulose chimiche che occupano integralmente il campo visivo, sino a espandersi nei riverberi della visione contemporanea.
L’ATLANTE DELLE NUVOLE. L’ATMOSFERA DEL CINEMA CONTEMPORANEO
DENIS BROTTO
2025
Abstract
Da quando le nuvole hanno iniziato a determinare l’atmosfera del presente? Da quando le nuvole hanno iniziato a incarnare l’immagine del contemporaneo? New Dark Age (2018) e Bad New Days (2019) sono due studi pubblicati da Hal Foster, storico dell’arte, e da James Bridle, artista visivo. Sin dal titolo, manifestano i sintomi di un’epoca in cui a dominare sono non solo l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e i sistemi di controllo, ma anche un sentimento di incertezza e di una mancanza di prospettiva futura. Per i due autori, le grandi innovazioni tecnologiche, gli sviluppi nell’ambito informatico-scientifico e i progressi negli studi biomedici non sono sufficienti a creare una visione empatica con il domani e sembrano anzi rafforzare sentimenti di apprensione e inquietudine in merito a quanto accadrà. Partendo dal concetto di cloud e dalla possibilità di archiviare in uno spazio apparentemente astratto quantità pressoché infinite di dati, Bridle mette in luce il lato più nebuloso (e insostenibile) del presente: «The cloud is not weightless […], is not some magical faraway place, made of water vapour and radio waves, where everything just works. It is a physical infrastructure consisting of phone lines, fiber optics, satellites, cables on the ocean floor, and vast warehouses filled with computers, which consume huge amounts of water and energy» (Bride, 2019, 7). Il cloud diviene allora una nube che rivela prima di tutto ripercussioni sull’ambiente, ma anche sulle relazioni umane, sulle dinamiche economiche. Una nube di cui le immagini del cinema sembrano divenire una ideale cartina di tornasole al fine di comprendere i fenomeni in atto e provare a formulare possibili soluzioni. Come accade nel romanzo Cloud Atlas (L’atlante delle nuvole, 2004) di David Mitchell (da cui l’omonimo film del 2012, per la regia delle sorelle Wachowski e di Tom Tykwer), il rapporto tra essere umano e reale è dettato dal reiterarsi di percorsi, possibilità, errori, in uno spazio in cui le azioni di ogni individuo sono destinate a generare effetti sulle vite degli altri. Nel saggio Theorie du nuage (Teoria della nuvola, 1972), Hubert Damisch cercava nelle nubi una forma di rivelazione, di scoperta. Le immagini del cinema contemporaneo creano invece, a partire dal richiamo alle nubi, la testimonianza di un reale sempre più incerto, fatto di inquieti bagliori, ombre improvvise, processi di erosione e frammentazione del presente. Una visione che emerge in un film come Turist (Forza maggiore, 2014) di Ruben Östlund, in cui le nuvole di ghiaccio di una piccola valanga mettono in luce le debolezze dell’essere umano. Ma emerge anche per mezzo delle nuvole presenti nel film documentario Anthropocene - The Human Epoch (Antropocene - L'epoca umana, 2019) di Jennifer Baichwal, Nicolas de Pencier e Edward Burtynsky: brume che lasciano scorgere i segni dell’opera umana e le sue conseguenze più immediate e dolenti per le sorti del nostro pianeta. Nuvole sono infine quelle prodotte dalle esplosioni nucleari, nel recente Oppenheimer (Id., 2023) di Christopher Nolan: nebulose chimiche che occupano integralmente il campo visivo, sino a espandersi nei riverberi della visione contemporanea.Pubblicazioni consigliate
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