Tra le province di Firenze e Siena alcune persone (perlopiù uomini in pensione, figli di ex mezzadri) si dedicano nel tempo libero alla produzione di Vin Santo, riproponendo in questa attività le tecniche e i saperi che hanno appreso nel corso della loro gioventù, o riscoperto successivamente. Vino passito la cui lunga e complessa lavorazione difficilmente garantisce margini di guadagno, il Vin Santo fatica a entrare nei circuiti commerciali e continua a svolgere la sua funzione di vino “relazionale”: il suo consumo marca il tempo festivo e sancisce l’ospitalità, la reciprocità e la riconoscenza. La sua produzione e il suo consumo sono investiti di significati che trascendono il mero valore alimentare, diventando espressione di un’etica, di un’estetica e di un gusto “popolari” che permettono di ripensare le tradizionali categorie bourdieusiane. Continuando a vinificarlo, i protagonisti della ricerca aprono spazi ibridi di produzione e scambio che consolidano reti di relazioni, alimentano un senso di continuità con un passato percepito come più autentico e promuovono un connesso “senso dei luoghi” che si mantiene almeno parzialmente fuori dalle logiche di sfruttamento economico dei prodotti del territorio e da una rappresentazione turistica, “patrimoniale” e artefatta del paesaggio. In the area between the provinces of Florence and Siena, some people (mostly retired men, sons of former sharecroppers) spend their spare time to making Vin Santo, using the techniques they learnt in their youth or discovered later in life. Vin Santo is a sweet wine whose long and complex production process does not guarantee significant profits. It struggles to enter commercial channels and continues to fulfil its function as a “relational” wine: its consumption marks festive occasions and symbolises hospitality, reciprocity and gratitude. The production and consumption of Vin Santo are imbued with meanings that transcend mere nutritional value, becoming an expression of a “popular” ethic and aesthetic which allows us to reconsider traditional Bourdieusian categories from new perspectives. By continuing to produce Vin Santo, the subjects of this study create hybrid spaces of production and exchange that strengthen social networks, foster a sense of continuity with a perceived more authentic past, and promote a connected “sense of place” that remains partially outside the logic of exploiting local products for economic gain as well as the artificial, “heritage”-based representation of the landscape for tourism.

“Sembrava miele”. L’eccezione del Vin Santo nelle pratiche di consumo del vino in Toscana

Nardini, Dario
2025

Abstract

Tra le province di Firenze e Siena alcune persone (perlopiù uomini in pensione, figli di ex mezzadri) si dedicano nel tempo libero alla produzione di Vin Santo, riproponendo in questa attività le tecniche e i saperi che hanno appreso nel corso della loro gioventù, o riscoperto successivamente. Vino passito la cui lunga e complessa lavorazione difficilmente garantisce margini di guadagno, il Vin Santo fatica a entrare nei circuiti commerciali e continua a svolgere la sua funzione di vino “relazionale”: il suo consumo marca il tempo festivo e sancisce l’ospitalità, la reciprocità e la riconoscenza. La sua produzione e il suo consumo sono investiti di significati che trascendono il mero valore alimentare, diventando espressione di un’etica, di un’estetica e di un gusto “popolari” che permettono di ripensare le tradizionali categorie bourdieusiane. Continuando a vinificarlo, i protagonisti della ricerca aprono spazi ibridi di produzione e scambio che consolidano reti di relazioni, alimentano un senso di continuità con un passato percepito come più autentico e promuovono un connesso “senso dei luoghi” che si mantiene almeno parzialmente fuori dalle logiche di sfruttamento economico dei prodotti del territorio e da una rappresentazione turistica, “patrimoniale” e artefatta del paesaggio. In the area between the provinces of Florence and Siena, some people (mostly retired men, sons of former sharecroppers) spend their spare time to making Vin Santo, using the techniques they learnt in their youth or discovered later in life. Vin Santo is a sweet wine whose long and complex production process does not guarantee significant profits. It struggles to enter commercial channels and continues to fulfil its function as a “relational” wine: its consumption marks festive occasions and symbolises hospitality, reciprocity and gratitude. The production and consumption of Vin Santo are imbued with meanings that transcend mere nutritional value, becoming an expression of a “popular” ethic and aesthetic which allows us to reconsider traditional Bourdieusian categories from new perspectives. By continuing to produce Vin Santo, the subjects of this study create hybrid spaces of production and exchange that strengthen social networks, foster a sense of continuity with a perceived more authentic past, and promote a connected “sense of place” that remains partially outside the logic of exploiting local products for economic gain as well as the artificial, “heritage”-based representation of the landscape for tourism.
2025
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